Un racconto dimenticato – La lunga corsa

Nell’età nostra, in un tempo a noi fin troppo conosciuto, vive e pensa il nostro giovane amico, che ha come passatempo sportivo la corsa.

Infatti egli è uno di quei pazzi individui che ogni giorno, con qualunque tempo e stagione, si presentano in tuta e scarpe ginniche all’entrata del verde parco, e da lì partono per una tranquilla ma alquanto seria corsa, verso una meta che non è né il tempo né la velocità, bensì un perfezionamento costante del duro vivere. Nella sua mente di mistico moderno assimila questo momento della giornata in cui, spogliato dalle vesti civili richieste dalla comunità conformista, si immerge nel suo istante di solitudine e competizione di sé stesso e del suo corpo, che usa come mezzo verso una perfezione armonica.

Infatti il correre significa per lui ben altre cose oltre il semplice allenamento fisico. É innanzitutto un esercizio mentale, in quanto quando si muove riesce a pensare in maniera intensa e giusta, e tutto questo è anche una forte disciplina morale, paragonabile a una iniziazione alla sofferenza metodica e precisa, che, se osservata con scrupolosa forza, potrà portare a grandi risultati. Come tutte le discipline morali è ottimamente indicata anche per il fisico, che ne è il diretto dipendente e lo rende sano e forte. Ma questo non basta per lui. Egli mira, come un seguace dello Zen, alla piena identificazione con il movimento della corsa, al fondersi armoniosamente con l’ambiente circostante. E questo ambiente è la splendida natura con le sue erbe, i suoi alberi e fiori, i suoi animali e i neri merli signori del prato e degli intrighi floreali.

Egli corre e corre, sognando una piena unione con sua madre la natura primordiale, che lentamente gli sussurra i suoi lieti segreti sublimi, dove uomini e piante sono uguali identità e si confondono nella vita dell’universo unito. 

Quindi il giovane ogni giorno inizia la sua rituale corsa, con la convinzione che sia il giorno lungamente atteso, in cui finalmente si dissolverà felice all’interno della Verde Madre, la quale lo chiama e lo attende, ma allo stesso tempo lo pone davanti a prove sempre più dure per farlo camminare oltre ogni suo desiderio, oltre ogni sua umana aspirazione fino alla perfezione. Egli aspira ad incarnare il perfetto simbolo di una razza di semidei abitatori delle strade del mondo, senza l’odio di classe, senza i colori confinanti. Le mosse e gli atti diventano sconosciuti senza la conoscenza dei riti della volontà, egli è un pioniere dello spirito, un ricercatore della perfetta armonia e dell’equilibrio sublime, dei sogni senza sonno, delle notti delle stelle, dei suoni dolci, della gioia senza razze, della disciplina degli antichi giorni delle giovani terre degli immortali.

Presto finirà la sua impresa e tra qualche millennio sarà fuso completamente con il suo vero essere, che ora egli pensa sia la Natura, ma che ognuno di noi può chiamare come vuole.

Illustrazione di Maristella Giuriola

Il racconto “La lunga corsa” appartiene alla raccolta “I Racconti Dimenticati del Terzo Regno”, di Saverio Calamassi.

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