Finis Terrae – La fine del mondo

Ecco, alla fine sono qui
Davanti all’oceano, dopo milioni di passi
Dopo aver seguito il cammino per giorni e settimane, alla fine sono qui: dove il cammino si interrompe

Non ci sono sentieri nel mare

Poggio lo zaino.
È pesante, eppure non è il suo peso che mi ha sfinita per tutti quei chilometri. Mi slaccio le scarpe, le sfilo e mi tolgo le calze. È un grigio giorno di fine settembre, il vento soffia forte e freddo, impietoso. Sibila. Eppure non mi importa. Mi tolgo la felpa. Poi i jeans, poi la maglia. E poi tutto il resto, il reggiseno e le mutande. Anche la catenina d’oro che non tolgo mai.
Rimango nuda.

Ho freddo, probabilmente mi stanno guardando, eppure non importa. Senza deciderlo, inizio a muovermi. Cammino verso l’oceano con lentezza regolare, un’andatura meccanica che non controllo, il mio corpo sceglie in autonomia dove condurmi. L’onda mi bagna i piedi. È gelida, tanto da farmi sentire dolore. Lo sento sotto la pianta del piede, mi attraversa i muscoli e risale verso la caviglia.
Eppure non mi fermo.

Il mio corpo procede fino a bagnarsi i polpacci, le ginocchia, le cosce. Sto tremando ormai, lo registro come un dato di fatto. Come accadesse a qualcun altro, qualcuno di nessuna importanza. Procedo ancora. I genitali ora sono immersi e doloranti. La pancia si bagna e di colpo avverto la contrazione violenta degli addominali. Poi lo stomaco, poi i seni. Il dolore ai capezzoli è lancinante, per un attimo penso che mi fermerò, è da pazzi immergersi.  Eppure il mio corpo non sembra più appartenermi. Continua ad avanzare nell’oceano autunnale, agitato, minaccioso. Continua a soffrire. Vorrei fermarlo, potrei farlo se lo volessi davvero. Eppure no. La volontà è labile e appannata, lascio fare nonostante il dolore. O forse proprio per il dolore.

Immergo le spalle, subito dopo la gola. Poi le labbra, dove il sale spande un gusto intenso, prepotente. Le stringo, i denti battono forte. Dove sto andando? Il cammino è finito, la terra è finita. Questa è la fine del viaggio, dove sto andando? 

E poi le ginocchia di colpo cedono
Gli occhi, le guance e la fronte si immergono di colpo
Infine sento l’acqua richiudersi sopra la sommità del capo

Il gelo è ovunque. È un freddo impietoso, lo sento penetrarmi nelle ossa e in ogni fibra. Sulla pelle, nei muscoli. Affonda fino al cuore, stringe i polmoni. Non è così del resto che mi sento? Non è questo il dolore terrificante da cui sono fuggita, quando ho iniziato il cammino? 

Dietro le palpebre chiuse appaiono in rapidi flash immagini di casa, la casa dove ora vivo sola. La abitavamo insieme, un tempo. Risate, calore, litigi. Vita. Li c’era tutto il mio mondo. 
E ora? Alla fine del mondo dov’è il sentiero?
Ora sono qui. Lontana centinaia di chilometri, stretta nella morsa dei crampi. A questo è servita tutta la strada? 

“Nel Sogno con i Luminosi” – Roberta Susy Rambotti, cromatismo su tela.

Di colpo le gambe si distendono. Di nuovo il mio corpo agisce senza di me. La sabbia sfrega tra le dita dei piedi, il bagliore plumbeo delle nubi mi illumina il retro delle palpebre. Riemergo. Tossisco, muovo qualche passo verso la riva. Sto tremando con violenza, fatico anche a respirare. Delle persone mi raggiungono correndo, un ragazzo entra in acqua e mi guida fino alla spiaggia, all’illusione di essere in salvo. Continuo a tremare e mi gira la testa. Batto i denti. Mi avvolgono in un telo per scaldarmi. 

Io mi volto ad osservare l’oceano. La fine del sentiero, la fine della terra. Perché non sono finita anch’io? Perché non sono morta con loro? 

Il mio mondo è finito, eppure io sono viva
Il mio mondo è finito, eppure io sono viva

Il mondo è finito, eppure sono viva

Il mondo è finito
Eppure sono viva

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