Un racconto dimenticato – Il dilemma dello Specchio

Ma c’era una cosa che soprattutto la divertiva, anzi l’affascinava: rubare dalla credenza alta la chiave del salottino buono e introdursi di soppiatto in quella polverosa stanza, dove c’era uno specchio, uno di quelli in voga nei salotti borghesi dell’ottocento…


All’inizio del nostro secolo viveva nella casa dei lillà e delle deliziose buganvillee una bimba felice e triste, sola ma piena di fantasia.
La sua dimora era di quelle che un tempo si amava costruire in solida pietra, ben squadrata, ma che dava adito a spazi immaginativi. A strane congetture di forme e sostanze, viste e ritratte come flebili apparizioni nelle strane geometrie di quelle pietre sbalzate. Le piante ne erano un po’ le regine e i fiori completavano la vegetale opera di rifinitura soave.

Fra queste trine e tendine ricamate alle finestre, esisteva la bambina.  
Era molto minuta; la sua età poteva essere quella che sveglia i primi piccoli desideri e che giudica carini certi vestiti della propria madre.
Era bellina, con i tratti del volto molto delicati, grandi occhi neri un po’ allungati, capelli corti molto scuri e un insieme civettuolo, ma allo stesso tempo anche un po’ sbarazzino e assai curioso dei fenomeni del mondo.

Vivendo senza coetanei con cui giocare, si inventava avventurose storie e anche divertenti compagni di viaggio.

 

Si muoveva nei sogni e nelle emozioni minuscole, che partivano da una attenta immaginazione ambientale, la quale si suggestionava con piccole letture di tenui fiabe, di filastrocche ascoltate dalla vecchia governante di casa, dei rintocchi della magica pendola dell’antica stanza del nonno al piano inferiore della casa.

Ma c’era una cosa che soprattutto la divertiva, anzi l’affascinava: rubare dalla credenza alta la chiave del salottino buono e introdursi di soppiatto in quella polverosa stanza, dove c’era uno specchio, uno di quelli in voga nei salotti borghesi dell’ottocento, semplice ma con un disegno che riprendeva sogni neogotici, con sinuose angolazioni che sfalsavano le immagini.

Ella si arrampicava su una sedia, passava una mano sulla superficie riflettente scostando la polvere depositata nelle ore di solitario abbandono e si cullava nel gioco dello specchio.Amava immensamente fissarsi, incantare lo sguardo con i suoi occhi riflessi, perdersi nelle due pozze di nere pupille che si dilatavano nello sforzo di penetrare il velo dell’immagine solita.

Amava immensamente fissarsi, incantare lo Sguardo con i suoi occhi riflessi, perdersi nelle due pozze di nere pupille che si dilatavano nello sforzo di penetrare il velo dell’immagine solita.

Passavano così le ore senza che altro rumore o immagine arrivasse nell’ovattato salottino della famiglia. Nella mente giovane della bimba scorrevano, in quegli attimi, strani pensieri di castelli e torri, di magiche fonti, di danze sotto la luna. Rivedeva i personaggi delle innumerevoli storie sentite nelle domeniche tranquille sotto la cappa del camino, nella fredda cucina grande e pulita.

Vedeva dentro quell’argenteo luccichio il mondo all’inverso, percepiva il reame del contrario. Ritrovava quelle parvenze di sogno delle quali aveva conosciuto l’esistenza nelle favole del libro decorato che spesso sfogliava.

Nello specchio vedeva una copia quasi identica della sua famiglia, dei suoi fiori, dei suoi giochi… e di lei stessa naturalmente.
Ma c’era una leggera e sottile diversità: il potente padrone di quell’assurdo mondo era il Principe delle Tenebre.

Ella sempre si era immaginata il Demonio come il Signore del contrario, e quindi re di quell’esistenza al di là del vetro dello specchio.

Talvolta, tanta era la capacità di concentrazione del suo sguardo che riusciva a vedere il suo doppio che se la godeva di lei medesima. Che impercettibilmente e indiscutibilmente le faceva sberleffi e boccacce… insomma che se la rideva alla grande delle leggi del riflesso identico!

La bimba lo aveva scoperto dopo lunghi attimi passati nella fissa contemplazione. Dapprima se ne era meravigliata, ma ben presto l’esperienza divenne così abituale che si meravigliava del contrario se un
giorno non riusciva a cogliere le sottili diversità.

Arrivò a concludere che bene o male il suo gentile doppio era del tutto simile a lei fuorché nei pensieri. Allora inventò la formula per leggergli nel pensiero.

E seppe che esisteva una chiave.

Una particolare chiave che schiudeva la porta di quel mondo, e che se l’avesse trovata le avrebbe permesso di entrare nel sortilegio del contrario.

Ma piano piano si rese anche conto che quel suo riflesso era un qualcosa di più. Forse lo stesso demone consigliere e protettore, quello che suggeriva telepaticamente arcane immagini, giochi di giostre incantate. Quello che mostrava felici compagni animali o donava dolci di pan di zucchero. 

Ma che non si manifestava quasi mai apertamente.  

Fu così che iniziò a parlarle a voce alta, raccontando e disquisendo su qualsiasi argomento e ricavandone sempre la ragione e la sicurezza di una risposta voluta. Improvvisamente si rese conto che quel reame era pieno di strane sensazioni ed evanescenti apparizioni: sentiva la magia dei fiori dischiudere le potenti parole di gioia e profumo, intendeva il linguaggio dei piccoli esseri protettori delle piante… intravedeva forse addirittura gli spiriti primordiali!

E capì che questa chiave, la formula dell’incantesimo, era veramente ben celata, dato che lo scambio fra i due mondi era pericoloso e proibito, e tutti i buoni Deva sorvegliavano attentamente i bimbi intraprendenti e desiderosi di carpire i segreti dei maghi.

Iniziò una frenetica ricerca nei libri di fiabe e conobbe formule prima sconosciute alla sua mente semplice. 

Ma passarono le stagioni e alla bimba accadde tutto quello che il Tempo inesorabile comanda… e crebbe.
Si fece grande e bella, ma non cessò per questo di cercare la formula per entrare in quel mondo alla rovescia. Ma la soluzione non venne e le bianche ore trascorsero inesorabili, portandola ad una maturità di pensiero che la condusse sulle vie mistiche di magia e morte.
Allora rinvenne fra antiche carte certi appunti di molti anni prima. Decifrandoli pervenne alla conoscenza di un arcano segreto: l’enigma dello specchio andava risolto con la purezza…

Solo il grande Mago sapeva, all’adepto invece era soltanto dato di immaginare e sognare i piani delle arcane dimensioni.


Il racconto “Il dilemma dello Specchio” appartiene alla raccolta “I Racconti Dimenticati del Terzo Regno”, di Saverio Calamassi.

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